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L'ANGOLO DEL PASSATO: TRISTI RICORDI PDF Stampa E-mail
Scritto da Samuele Cecchi   
Giovedì 26 Dicembre 2013 16:41

Questi ricordi che vado a raccontare, sono riemersi nella mia mente ritrovando un documento d'Archivio dal titolo “Militari morti nei Lager nazifasisti”. E’ un documento che elenca tutti i 53 militari della provincia di Lucca che morirono nei Campi di Concentramento nazifascismi e ben 10 di loro erano del nostro Comune. Descriverò quel poco che ricordo di due di loro, il Cecchi Alessandro e il Pioli Emilio.

Alessandro Cecchi, figlio di Gaudenzio e Anelita Pioli, era nato nel 1914 a Cerageto in località Castra e lo ricordo molto bene perché era mio cugino. Era un ragazzo di corporatura robusta e non molto alto, sempre sorridente, sposato e con una figlia. Ricordo ancora il mattino del battesimo di sua figlia; mi recavo a scuola e lui mi aspettava in Piazza a Cerageto vicino alla scaletta che porta in chiesa dalla parte laterale. Non ricordo cosa mi disse ma sorrideva e mi porse una confezione di tulle rosa contenente dei confetti, poi, sempre sorridendo si mise la mano in tasca e ne tolse una manciata di questi confettini rosa che io tutto contento accettai. Dopo lo scoppio della guerra fu richiamato soldato e dopo l'otto settembre 1943, preso prigioniero dai tedeschi e portato in un Campo di concentramento in Germania.

Pioli Silvio era nato a Isola di Valbona in località Cavia nel 1923, era orfano di padre e la madre si chiamava Albina. Fu chiamato al CAR come alpino nel febbraio del 1943 e dopo l'otto settembre pure lui venne deportato in Germania.

Ho parlato di questi due alpini perché furono due compagni di prigionia di mio fratello Pietro, e facevano tutti e tre parte del Secondo Reggimento Alpini. Mio fratello e il Pioli erano del 1923, forse partirono assieme e furono mandati a fare addestramento come alpini a Dronero. Rividi mio fratello solo nel luglio del ’43 grazie ad una licenza agricola: sicuramente la tenacia di mia madre, che non so quanti viaggi a piedi fece a Castelnuovo per far firmare questa domanda fu premiata. Riuscì ad ottenere quella firma forse anche col sussidio di alcune dozzine di uova, correvano tempi difficili e qualsiasi cosa da mangiare non era sgradita a nessuno.

Se allora i tempi erano difficili, il seguito fu ancora peggio; ogni giorno che passava, la guerra, la fame e la paura si stringevano sempre più intorno a noi. Giunse finalmente una lettera di mio fratello e ancora oggi mi chiedo come può essere sfuggita alla censura. Così mio fratello scriveva: “Siamo in queste terre che i nostri padri hanno conquistato lasciando il loro sangue e la loro vita, noi ogni giorno ci spostano da un posto ad un altro e i tognini [tedeschi] sempre dietro. Cosa potremmo fare contro di loro, armati di carri armati e cannoni e noi solo con un vecchio moschetto del '91 e un solo caricatore di cartucce?”. L'otto settembre il presagio si avverrò, furono disarmati, presi e inviati in Germania su treni bestiame piombati e vennero smistati nei vari campi di concentramento.

Non tutti i soldati italiani furono fatti prigionieri. Molti combatterono una guerra impari e morirono, altri fuggirono e pure da noi ogni giorno passavano gruppi isolati di soldati, sfuggiti ai tedeschi che cercavano in qualche modo di poter tornare a casa. Gruppi sparuti, riconoscibili anche senza divisa che erano dei militari, erano spesso vestiti con stracci che qualche famiglia aveva dato loro. Nonostante il pericolo di essere scoperti, cercavamo di aiutarli come meglio si poteva: li sfamavamo, davamo loro da dormire e quel poco di notizie utili al loro rientro verso le zone d’origine. L'attesa di notizie sui nostri familiari si faceva sempre più forte ma ogni notizia che si raccoglieva era sconfortante. Mia madre, la tenace della famiglia, non ricordo attraverso quale fonte riuscì a mettersi in contatto con il Vaticano. Inviò loro una lettera con le generalità di mio fratello e le ultime posizioni che ci aveva comunicato. Ci fu una risposta di cui non ricordo il contenuto ma dava la conferma che mio fratello si trovava in un campo di concentramento e che era ancora in vita.

Infatti, come lui poi racconterà, era stato inviato in un Campo, non ricordo in quale città, ma vicino al confine con la Francia e lì si era ritrovato con il Cecchi di Castra e il Pioli di Cavia. Lavoravano come fonditori in una fonderia vicino al Campo, raccontava mio fratello, molti morivano cadendo nei forni e dopo pochi secondi anch'essi diventavano liquido fuso. Quando i tedeschi vennero a sapere che Alessandro Cecchi e mio fratello erano cugini li separarono immediatamente ma ogni tanto riuscivano lo stesso a vedersi. Il Pioli, forse il meno robusto incominciò a star male e come il documento dice, ”muore il 2 aprile 1944”. Mio fratello ne raccolse le ultime parole e un ricordo, forse la piastrina di riconoscimento, da portare alla sua mamma, che poi a fine guerra gli porterà personalmente. Di Alessandro, “disperso il 5 luglio 1944”, mio fratello diceva di avere saputo che era morto dopo aver mangiato delle bucce di patata avvelenate prelevate da un immondezzaio lì nel Campo.

Una notte, su questa città vi fu un violento bombardamento. Venne colpito anche il Campo di concentramento, saltarono per aria molte baracche e il filo spinato che le racchiudeva. Mio fratello e molti altri prigionieri riuscirono a fuggire nella campagna francese. I proprietari del luogo lo raccolsero e lo nascosero in una capanna in aperta campagna per tre mesi dopodiché due cacciatori, che conosceva e dei quali si fidava, gli si avvicinarono e lo presero ancora prigioniero. Fu di nuovo portato nelle mani dei suoi aguzzini che infierirono su di lui pestandolo fino a lasciarlo come morto. Infine fu strascinato in una cella e lì lasciato per tre giorni; lo strazio della sete fu per lui ancora più forte del dolore per le percosse ricevute, tanto che per averne un sollievo dovette inumidirsi le labbra con la propria urina. Credeva che lo avrebbero ucciso invece fu preso e rimandato a lavorare in fonderia.

Fine della guerra, rinascono le speranze di poter riabbracciare i nostri cari. Incominciano a giungere i primi reduci, le prime notizie, quando belle e molte volte brutte.Passano lenti i mesi e “Sandro di Castra è morto”. E’ luglio quando giunge da noi a Cofonaia mio zio Giuseppe di Cecchetto, che come staffetta era corso avanti a dirci: ”Arriva Piero”. Io fui il primo a corrergli incontro gettandogli le braccia al collo e lui abbracciandomi mi guardò e mi disse: “Chi sei, Dante?”.

Mi aveva lasciato un ragazzetto e ora mi vedeva un ometto: non solo il tempo e l'età ma ben più gli eventi mi avevano cresciuto, tanto da essere scambiato per il fratello maggiore di me di oltre due anni .

Ultimo aggiornamento Lunedì 27 Gennaio 2014 13:26