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TESTIMONIANZE E RICORDI DEL TERREMOTO DEL ’20 IN GARFAGNANA PDF Stampa E-mail
Scritto da giuliana giuntini   
Mercoledì 07 Settembre 2011 00:00

Sono passati più di 90 anni dal terribile terremoto del 1920 che colpì la Garfagnana e la Lunigiana, provocando ingenti danni sul nostro territorio. Nelle nostre comunità il ricordo è ancora vivo, nonostante sia passato quasi un secolo, i racconti degli anziani sono passati di generazione in generazione, quasi come un monito per far sì che la prevenzione, intesa come informazione alla popolazione e costruzioni sicure, facesse parte della nostra quotidianità. Pubblichiamo qui di seguito alcune testimonianze, tramandate da nonni e bisnonni e raccolte dalla nostra collaboratrice Giuliana Giuntini.

Ci racconta Giuliana:

"Mia nonna Fulvia era del 1921 quindi non era ancora nata all’epoca del terremoto ma sempre mi ha raccontato come quel tragico evento venne vissuto dalla sua famiglia. Annibale e Florinda, i genitori di mia nonna, vivevano alla “Casetta” tra Villa Collemandina e Pianacci, con Arturo, il primogenito di tre anni e la piccola Fulvia di tre mesi. La mattina del 7 settembre, come ogni giorno, Annibale andò al pascolo con le vacche e Florinda cominciò a sfaccendare in cucina. All’improvviso un forte vento, che piegò i castagni fino a terra, una fortissima scossa di terremoto che provocò un boato, cupo, terrificante. Un attimo per volgere lo sguardo verso Villa e il paese era scomparso sotto un immenso nuvolone di polvere. Poi urla, grida e richieste di aiuto…… ma ognuno aveva da soccorrere i propri cari…. . Annibale in pochi minuti fu a casa: era lesionata ma ancora stava in piedi". Cominciò a chiamare : “Arturooo, Arturoo !! Florindaaa !! Florinda !!” Florinda rispose: “Sono qui !!! Sono qui !!!” Anche Arturo rispose ma Annibale, fra tutta quella polvere non vedeva nulla, poteva sentire solo le voci. Disse loro di non parlare più e di respirare meno polvere possibile ed entrò in casa. Il pavimento della cucina non c’era più e Florinda, che era in quella stanza al momento della scossa, era finita sopra una botte nella cantina sottostante. Non era ferita ma preoccupata per i bambini. Arturo, quando era iniziata la scossa, si era nascosto nell’angolo della camera e un grosso trave aveva fatto da ponte proteggendolo. Era ferito in testa e sanguinante e gridava: ”Che mi avete tirato addosso ??? Che mi avete tirato ?” In pochi minuti lo tirarono fuori ancora urlante e impaurito ma salvo. La piccola Fulvia era nella camera, ancora nella sua culla ma la polvere inalata in quei pochi minuti l’avevano disgraziatamente soffocata. Fu una grande tragedia e un grande dolore per i genitori di mia nonna. Il destino era stato crudele con la piccola Fulvia. Mia nonna Fulvia, che nacque appena un anno dopo, portava quel nome per ricordare la sua sfortunata sorellina".

Giuliana Giuntini

 

Mia mamma Teresa spesso ricorda il terremoto del ’20 come mille volte lo sentiva raccontare da sua madre Roberta che lo visse a Pianacci dove abitava con la sua famiglia.

Qualche giorno prima del 7 settembre 1920, c’erano state delle piccole scosse di terremoto e anche il 6 ve ne era stata un’altra un poco più forte che aveva fatto cadere i camini sui tetti. Mio nonno Olinto Casavecchia, dopo quest’ultima scossa, disse a mia nonna Umile: “Bimba, prepara le coperte per stanotte perché in casa non ci dormiamo. Quest’aria non mi convince e dormiremo fra i filari delle viti “. Umile tentò di convincere il marito: dormire fuori, con i bimbi piccoli….e se qualcuno li avesse visti ? Che vergogna ! Li avrebbero presi per matti !! Ma Olinto non si fece convincere e si prepararono per la nottata “al chiar di luna”. Stesero le coperte tra i filari e la notte trascorse tranquilla. Alle prime luci dell’alba, svelti svelti smontarono la loro “tendopoli” temendo di essere visti dai paesani che si recavano nei campi. Nonno Olinto con Umile e tutti e tre i figli si avviarono con le bestie nei campi e alla selva ma all’improvviso le mucche cominciarono a muggire e scalciare, i castagni a muoversi e Olinto gridava: “Buttatevi in terra ! ! Buttatevi in terra !!”. Il terreno si apriva e si richiudeva sotto i loro piedi e li faceva cadere a terra. Fu terribile e spaventoso. Finita la scossa, che sembrava interminabile, guardarono verso Villa Collemandina ma videro solo un gran polverone. Il paese non esisteva più. Nessuno della famiglia rimase ferito perché erano tutti fuori ma la casa era distrutta. Trovarono riparo, con tutti i superstiti del paese, in un capannotto che serviva da rimessa per le foglie delle bestie. Piovve per molti giorni, incessantemente. Venne anche allestito un ospedale da campo e arrivò persino la regina Margherita ma il dono più atteso arrivò dalla Francia. La zia Giorgina, figlia maggiore di Olinto e Umile era “a balia” in Francia in casa di signori e, saputa la notizia tramite il giornale (cosa straordinaria visto che stiamo parlando del 1920), inviò a Pianacci un pacco. C’erano indumenti per il ripararsi dal freddo e una bella maglia bianca di lana con le trecce fatta ai ferri per mia mamma Roberta. Una vera novità perché all’epoca nessuno aveva mai visto un maglione, tanto meno sapeva lavorare con i ferri da maglia. Esistevano solo vestiti e corpetti di stoffa. Da allora nella mia famiglia si cominciò a ricavare campioni da quel maglione e a confezionare maglie molto più calde (anche se veramente “pungevano” abbastanza perché la lana era quella che era …….)”.

Teresa Pennacchi

Ultimo aggiornamento Martedì 03 Gennaio 2012 10:49