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LA VIA VANDELLI PDF Stampa E-mail
Scritto da Di Marco Demetri   
Sabato 15 Dicembre 2007 00:00

Fino all’età di sedici anni risiedevo nella frazione di Campori  e come ben sapranno gli abitanti di quel paesino (il postino soprattutto), gli indirizzi hanno un solo incipit: Via Vandelli n….

Vi siete mai chiesti chi fosse questo benemerito Vandelli? Sicuramente non uno degli innumerevoli patrioti del risorgimento italiano che hanno avuto il pregio di unificare la nostra nazione anche a prezzo della loro stessa vita e di conferire il loro nome a piazze, vie ed altri luoghi dei nostri paesi.

Ora, a questo Vandelli spettò un compito sicuramente non meno arduo di chi combatteva strenuamente per quelle ragioni e quegli ideali.

La risposta è ben più semplice di quanto si creda: il Vandelli non fu né un patriota né un santo, bensì il progettista di quella strada che, all’epoca della sua costruzione, avrebbe dovuto rappresentare  un’arteria di fondamentale importanza, al pari di quella che può avere oggi un’autostrada transappenninica.

La strada fu realizzata fra il 1739 e il 1752 attraverso l’Appennino e le Alpi Apuane, da Modena a Massa.
Aveva lo scopo di offrire allo Stato Estense uno sbocco tirrenico dopo che l’unione matrimoniale avvenuta nel 1741 tra Ercole Rinaldo d’Este e Maria Teresa Cybo, aveva garantito una continuità territoriale dalla Pianura Padana alle coste  della Versilia.

Il progetto e l’opera, di non facile realizzazione considerati gli aspri passaggi montuosi, furono affidati appunto al matematico ed ingegnere modenese Domenico Vandelli, il quale si impegnò a fornire al proprio regnante una strada interamente carrozzabile e di uso commerciale.

Uno dei tratti  più discussi in sede realizzativa a causa delle accese diatribe con il territorio della Repubblica di Lucca, tradizionale oppositrice della presenza estense in Garfagnana, riguarda il versante appenninico da S. Pellegrino a Castelnuovo  sul displuvio fra le vallate dei torrenti Sillico ed Esarulo situato proprio nell’ambito territoriale del nostro comune che all’epoca era sotto l’egida dei Lucchesi.
Riflettiamo un attimo su come dovette essere difficoltoso per il progettista cercare di rimanere fedele ai labili confini che separavano i due ducati senza correre il rischio di sconfinamenti eccessivi.

Sconfinamenti che in realtà ci furono, anche a causa delle incertezze cartografiche e per la difficile conformazione del territorio.

C’è da dire che il Vandelli fece del suo meglio per cercare di non interferire troppo con i Lucchesi; in questo contesto infatti si dimostrò dotato di una notevole dose di diplomazia e coraggio in quanto riuscì abilmente a scendere a compromessi con i secolari nemici convincendoli del fatto che entrambi i ducati avrebbero tratto dei notevoli benefici dalla costruzione della strada ducale.

Questo esempio può servirci da monito infatti sono convinto che oggi, come allora, con il dialogo e la diplomazia si possa fare tanto, molto di più di quello che in realtà si riesca a concludere seguendo gli iter legislativi canonici.

Con questo non voglio invocare una forma di disobbedienza alle leggi, Dio me ne scampi, voglio solo dire che talvolta queste comportano delle lungaggini di tipo burocratico che potrebbero essere tranquillamente bypassate se ci fosse più ordine, coerenza, ma soprattutto una maggiore coesione bilaterale.

Mi viene in mente un esempio che bene si lega all’argomento: oggi se ti viene tolto un pezzo di terra per la costruzione di una strada o di qualunque altra infrastruttura, passano anni prima di ottenere l’indennizzo (in realtà irrisorio), proprio perché l’iter legislativo che caratterizza l’esproprio per pubblica utilità è lento e macchinoso per definizione.

Mettiamoci nei panni del povero Vandelli che per costruire la strada dovette scontrarsi con qualcosa di ben più grande e potente delle esigenze dei piccoli proprietari: qui si trattava di trovare una forma di accordo con il governo di un’altra Repubblica, per di più da sempre nemica.

L’obiettivo fu da lui raggiunto in parte; infatti, nonostante questo impegno e i notevoli sforzi di conciliazione, la strada costruita così abilmente non dette i frutti che inizialmente si aspettava.

Alla fin fine questo fu il risultato e, nonostante il matematico si fosse impegnato a fornire al proprio Duca una strada interamente carrozzabile e di uso commerciale,  nei tratti più difficili non consentì mai il passaggio di carri e carrozze come gli Estensi avrebbero desiderato.

Penso che oggi non esista più alcun progettista in grado di mettersi in gioco fino a questo punto, il Vandelli forse resosi conto del suo parziale fallimento, non visse a lungo dopo il termine dei lavori.

Probabilmente il Duca ritenne responsabile il matematico dello pseudo-fallimento progettuale. Credo che chi abbia un minimo di conoscenza dei luoghi attraversati dalla strada ducale e soprattutto del travagliato contesto socio-politico dell’epoca, si renda conto che il matematico con i  rudimentali mezzi  e la lacunosa cartografia di allora, non avrebbe potuto fare niente di più encomiabile e pregevole.

 

Di Marco Demetri